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Nota 01 · Presenza e sovraccarico digitale

Sette secondi di assenza

Il costo delle notifiche non dipende soltanto dal tempo trascorso online, ma dalla frequenza con cui interrompono la continuità dell’esperienza.

Antonio Simone1 agosto 2026Tempo di lettura · 7 minuti
Tavolo di lavoro con taccuino e smartphone illuminato da una notifica, mentre una figura si allontana sullo sfondo

Abstract

Una notifica sembra occupare soltanto un istante. Un recente studio sperimentale indica, invece, che può produrre un rallentamento dell’elaborazione cognitiva per circa sette secondi. Il dato non dimostra un deterioramento permanente dell’attenzione, ma rende visibile il costo delle interruzioni ripetute. Altre ricerche suggeriscono che i segnali dello smartphone acquistano per alcune persone una particolare salienza, mentre spegnere tutte le notifiche non riduce necessariamente l’uso del dispositivo. Il problema, quindi, non è soltanto quanto siamo connessi, ma come viene frammentata la nostra presenza.

Sette secondi non sono soltanto sette secondi

Una notifica appare, vibra, scompare. Talvolta non la apriamo nemmeno. La consideriamo un evento marginale, una parentesi quasi priva di durata. Eppure, mentre continuiamo apparentemente a leggere, lavorare o ascoltare qualcuno, una parte dei nostri processi cognitivi ha già riconosciuto il segnale, ne ha valutato la possibile rilevanza e ha dovuto riportare l’attenzione sul compito precedente.

Il vero costo della vita digitale potrebbe quindi non coincidere esclusivamente con le ore trascorse davanti allo schermo. Potrebbe trovarsi anche negli intervalli, nei passaggi e nelle continue microfratture che attraversano la giornata.

Uno studio pubblicato nel 2026 su Computers in Human Behavior ha esaminato proprio questo passaggio. I ricercatori hanno coinvolto 180 studenti universitari in un compito di Stroop, una prova utilizzata per osservare l’interferenza tra informazioni concorrenti. Durante l’attività comparivano notifiche simili a quelle dei social media.

I risultati indicano un rallentamento transitorio dell’elaborazione cognitiva della durata di circa sette secondi. È importante interpretare correttamente questo dato: non significa che ogni notifica renda una persona incapace di concentrarsi per sette secondi, né che provochi un danno al cervello. Significa che, nelle condizioni sperimentali studiate, l’interferenza rimaneva misurabile per alcuni secondi dopo la comparsa del segnale.

La distrazione dipendeva dalla combinazione di almeno tre elementi: la visibilità percettiva della notifica, le associazioni apprese attraverso l’uso quotidiano e la rilevanza che il segnale poteva assumere per la persona. Una notifica non è infatti soltanto un rettangolo luminoso. Può anticipare una richiesta, una risposta, una conferma sociale o qualcosa che temiamo di perdere.

Dal tempo totale alla frammentazione

Per anni abbiamo utilizzato il “tempo davanti allo schermo” come principale misura del rapporto con i dispositivi. È un indicatore utile, ma insufficiente. Due persone possono trascorrere lo stesso numero di ore con uno smartphone e vivere esperienze cognitive molto diverse.

Una può utilizzare il dispositivo per un’attività continuativa: leggere, scrivere, seguire una lezione o conversare con qualcuno. L’altra può passare attraverso decine di brevi accessi, sollecitati da notifiche, badge, vibrazioni e controlli automatici. Il tempo complessivo può essere identico, mentre cambia radicalmente la struttura dell’esperienza.

La seconda giornata contiene un numero maggiore di transizioni. Ogni passaggio richiede di sospendere un obiettivo, orientarsi verso un nuovo stimolo e ricostruire successivamente il contesto precedente. Il sovraccarico non nasce necessariamente da un singolo evento, ma dall’accumulo di interruzioni minime.

Questa distinzione modifica anche il modo in cui osserviamo la presenza. Essere presenti non significa soltanto trovarsi fisicamente in un luogo o non avere il telefono in mano. Significa mantenere per un tempo sufficiente una relazione coerente con ciò che stiamo facendo: un testo, un pensiero, un ambiente o un’altra persona.

Il problema non è soltanto quanto siamo connessi, ma come viene frammentata la nostra presenza.

Quando lo smartphone diventa un segnale privilegiato

Uno studio pubblicato nel 2025 su Communications Psychology ha aggiunto un ulteriore elemento. Cinquantotto giovani adulti giapponesi hanno svolto un compito di rilevazione visiva mentre sullo sfondo comparivano immagini relative allo smartphone oppure immagini di controllo. Venivano contemporaneamente registrate le risposte cardiache.

Gli autori hanno individuato differenti profili di risposta. Per una parte dei partecipanti, le immagini dello smartphone interferivano soprattutto quando il compito era meno impegnativo. Per altri, invece, la cattura dell’attenzione persisteva anche in condizioni di maggiore carico.

Questo secondo profilo risultava associato a punteggi più bassi in alcune dimensioni dell’autoconsapevolezza corporea e a una diversa reattività cardiaca davanti agli stimoli legati allo smartphone.

Anche qui è necessario mantenere prudenza. Lo studio non dimostra che l’uso dello smartphone abbia causato una riduzione della consapevolezza corporea. Il campione era limitato, culturalmente specifico e le associazioni osservate non stabiliscono la direzione del rapporto.

È possibile che certe modalità d’uso influenzino l’attenzione; è anche possibile che caratteristiche individuali preesistenti rendano alcuni segnali digitali più salienti. Il risultato più interessante è forse un altro: la vulnerabilità alla distrazione non sembra essere uniforme. Lo stesso segnale può rimanere periferico per una persona e acquisire per un’altra una priorità quasi automatica.

Spegnere tutto non risolve necessariamente il problema

La soluzione apparentemente più semplice sarebbe disattivare ogni notifica. Tuttavia, anche questa scelta produce risultati meno lineari di quanto immaginiamo.

Un esperimento randomizzato condotto su 205 partecipanti ha confrontato una settimana normale con una settimana senza notifiche push. La disattivazione non ha ridotto in modo significativo né il tempo complessivo trascorso sullo smartphone né la frequenza dei controlli.

Non ha inoltre migliorato gran parte degli indicatori soggettivi considerati. Ha però ridotto la percezione di automaticità del controllo del telefono e aumentato temporaneamente la paura di perdere aggiornamenti.

Questo non significa che disattivare le notifiche sia inutile. Significa che il comportamento digitale non è governato da un solo interruttore. Una persona può continuare a controllare autonomamente il dispositivo, sostituendo l’interruzione esterna con un’interruzione autoindotta. Le abitudini, le aspettative sociali, il lavoro e la necessità percepita di essere disponibili continuano ad agire anche in assenza di segnali.

Una questione di architettura dell’attenzione

Le evidenze disponibili invitano a superare due semplificazioni opposte. La prima descrive ogni uso digitale come dannoso. La seconda considera le notifiche eventi troppo brevi per avere un effetto significativo.

La tecnologia può sostenere conoscenza, orientamento, relazioni e partecipazione. Il problema emerge quando la sua architettura entra continuamente in competizione con gli obiettivi della persona.

Da qui nasce una domanda culturale prima ancora che individuale: chi decide il ritmo della nostra attenzione? La persona, il gruppo di lavoro, le convenzioni sociali oppure la sequenza automatica degli avvisi?

Proteggere la continuità non richiede necessariamente una disconnessione totale. Può significare distinguere le comunicazioni urgenti da quelle differibili, raggruppare gli aggiornamenti, definire intervalli realmente protetti e rendere meno visibili i segnali non necessari. Queste scelte non sono terapie né soluzioni universali: sono forme di progettazione dell’ambiente.

Sette secondi, isolatamente, sembrano irrilevanti. Ripetuti molte volte, diventano il segno di una giornata che fatica a mantenere una forma. La questione non è soltanto recuperare tempo, ma impedire che ogni momento venga continuamente sostituito dall’anticipazione del successivo.

Stato delle conoscenze

Ciò che emerge. Ciò che resta aperto.

Risultati sperimentali, limiti e domande vengono mantenuti distinti.

Cosa sappiamo

  • Le notifiche possono interferire con un compito anche quando non vengono aperte.
  • Un esperimento del 2026 ha rilevato un rallentamento transitorio di circa sette secondi.
  • La salienza personale e le associazioni apprese contribuiscono alla cattura dell’attenzione.
  • Le persone non mostrano tutte la stessa vulnerabilità agli stimoli dello smartphone.
  • Disattivare le notifiche non garantisce una riduzione dell’uso o dei controlli.

Cosa non sappiamo ancora

  • Quanto gli effetti osservati in laboratorio si trasferiscano alle attività quotidiane.
  • Quali conseguenze produca nel lungo periodo l’accumulo di brevi interruzioni.
  • Se la salienza dello smartphone modifichi l’autoconsapevolezza corporea o rifletta differenze preesistenti.
  • Quale combinazione di progettazione, abitudini e norme organizzative protegga meglio la continuità attentiva.
  • Se i risultati siano generalizzabili a età, culture e professioni differenti.

Riferimenti

Fonti consultate.

Studi scientifici primari utilizzati per la Nota 01.

  1. 01
    Fournier H. et al., Attention hijacked: How social media notifications disrupt cognitive processing, Computers in Human Behavior, 2026. Articolo e DOI
  2. 02
    Haruki Y. et al., Attentional bias towards smartphone stimuli is associated with decreased interoceptive awareness and increased physiological reactivity, Communications Psychology, 17 marzo 2025. Studio completo
  3. 03
    Dekker C.A. et al., Beyond the Buzz: Investigating the Effects of a Notification-Disabling Intervention on Smartphone Behavior and Digital Well-Being, Media Psychology, 2025. Studio completo
  4. 04
    Upshaw J.D. et al., Electrophysiological effects of smartphone notifications on cognitive control following a brief mindfulness induction, Biological Psychology, gennaio 2024. Articolo e DOI
  5. 05
    Upshaw J.D. et al., The hidden cost of a smartphone, PLOS ONE, 17 novembre 2022. Studio completo

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